Molti anni fa, quando a Bologna esistevano ancora le osterie, io ed il mio amico Sandro, appena trasferiti nella megalopoli emiliana per frequentare l’università, in una sera di novembre scendemmo i gradini dell’Osteria delle Dame, dalle parti di via Castiglione. Ricordo che ci sedemmo in un lungo tavolone di legno ad aspettare. Avevamo diciannove anni, eravamo timidi ed imbarazzati e al nostro tavolo non venne nessuno. Così dopo un po’ ci alzammo (forse compatiti dai normali avventori) ed andammo verso il bancone dove si vendeva quasi solo ciambella e vino. Io il vino allora non lo bevevo ma ne presi un bicchiere ugualmente. Avevo anche paura di fare una brutta figura. Girammo l’angolo e nella parte di locale alla quale non avevamo fatto caso c’era lui con il suo amico argentino. Avevano le chitarre lì accanto e in terra un bottiglione di vino, di quelli grandi che oggi non si vedono più. A noi francamente ci prese un colpo anche se in realtà la ragione della nostra trasferta serale da San Donato al centro di Bologna era quella. Senza farci troppo notare prendemmo le nostre ciambelle ed il nostro bicchiere di rosso e ci sedemmo nei pressi. Lui era alto, trasandato, con la barba e un po’ ciucco. Il suo amico argentino molto piu’ signorile, più piccolo e magro, un po’ ciucco pure lui. Scherzavano fra loro, sembravano di casa. Io e Sandro facevamo finta di chiacchierare fra noi ma tenevamo d’occhio la scena con scrupolosa attenzione. Alla fine i due presero in mano le chitarre e fra una tracannata dal bottiglione e l’altra iniziarono a cantare canzoni che non conoscevamo. Roba che piaceva a loro e che noi non avevamo mai sentito. Non ci fu nemmeno il tempo di risentircene, in fondo mica eravamo ad un concerto. Per noi era già abbastanza così, anzi per dirla tutta quella era forse una delle più grandi emozioni della nostra vita. Rimanemmo lì del tempo, ad ascoltare e ad osservare, senza nemmeno fare più finta di parlare fra noi. Poi si fece tardi e decidemmo di tornare verso casa: anche uscendo continuammo a far finta di niente. Una serata piena di inutile understatement. Quel tizio era uno dei pochi miti della mia giovinezza, conoscevo tutti i suoi dischi, gli accordi delle sue canzoni a memoria. Mi piacevano (un po’, non tanto) anche le sue canzoni brutte. Il mio amico Sandro preferiva forse il Battiato di Up Patriots to arm, ma sono abbastanza certo che quella serata alle Dame dopo tanti anni se la ricordi ancora. Erano definitivamente altri tempi, molti altri ne sono passati dopo. E oggi quel signore alto e barbuto compie settantanni. Cosi’ un velocissimo grazie pieno di ammirazione, ripulito da troppi inutili pudori giovanili, se lo becca questa sera anche da queste pagine.

22 commenti a “Lo incontrai lungo le scale”

  1. paolo dice:

    “Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
    sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
    E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa; siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa.”

    grazie maestro

  2. Dario Salvelli dice:

    Forse mi confondo ma per caso parli di Guccini, quello che dice che sono 60 anni che frega il pubblico con le canzoni tutte uguali?

  3. Giorgio Jannis dice:

    Alle Dame ci andavo anch’io, ma poi lo incontrai da Vito, via Paolo Fabbri, come nelle migliori tradizioni da titolo di LP. Sarà stato il ’90, non troppi decenni dopo di te :P

  4. alessandro longo dice:

    Negli ultimi 10 anni Guccini si ripete, ma è stato grandissimo. Anche io l’ho incontrato dalle parti di quell’osteria, andandoci apposta, per un raduno di un suo fan club sul web nel 1999

  5. Andrea dice:

    A Bologna Guccini lo si incontrava (e lo si incontra) ovunque. E le osterie ci sono ancora, e molte sono come quelle che ricordi tu massimo. E ci sono ancora i bottiglioni che tu pensi non ci siano più. Le cose cambiano, ma meno di quanto si creda.

  6. aghost dice:

    guccini è una lagna

  7. ArgiaSbolenfi dice:

    A Bologna non cambia proprio nulla, sia chiaro.

  8. soloparolesparse dice:

    Io Guccini l’ho conosciuto per interprosta persona. E l’interposta persona colpevole fu tale Roberto Vecchioni.
    Ricordo la vicenda qui: http://www.soloparolesparse.com/2010/06/francesco-guccini-cyrano/

  9. Daniele Minotti dice:

    Bellissima Cyrano. Ma per me è *anche* una canzone d’amore, peraltro efficacissima nel suo essere elementare.

  10. Daniele Minotti dice:

    Ops… Cirano, in realtà.

  11. bonilli dice:

    Alle Dame e da Vito si mangiava male e si beveva peggio ma c’erano loro, i menestrelli bravi e alla mano, non solo Guccini, e allora si fingeva che tutto fosse regolare.
    L’atmosfera era quella, io parlo del 1974 e 1975, quando a Bologna nasceva anche il Foglio, non quello di Ferrara ma di Luigi Pedrazzi, uno dei padri del Mulino, un quotidiano dove scriveva Benni.
    E tutti si andava a mangiare da Vito.

  12. massimo mantellini dice:

    Che da Vito si mangiasse male me ne accorgevo anch’io che a 20 anni non ero esattamente un gourmet

  13. websurfer_ dice:

    Grande Guccini ;)

  14. Franco Due dice:

    Chi andava da vito in quegli anni non lo faceva certo per la cucina, anche se era quasi sempre dignitosa. Del resto che io ricordi a quel tempo una lasagna calda alle due di notte e oltre la trovavi o lì o da Lamma (più caro e ovviamente senza valore aggiunto ambientale) o ultima spiaggia in stazione.

  15. soloparolesparse dice:

    @ Daniele, facile che Cirano si anche una canzone d’amore… però non son certo che la sua Rossana sia una donna…

  16. bonilli dice:

    La lasagna, la gramigna e le tagliatelle si mangiavano negli anni Settanta alle 3 di notte anche da Cesari, Al San Paolo, ai Tre Vecchi, parola di bolognese che molto spesso faceva sosta in questi ristoranti del centro :-))

  17. Franco Due dice:

    Hai ragione bonilli, il san paolo non me lo ricordo proprio ma gli altri sì anche se non li frequentavo, però mi pare che i prezzi fossero ben diversi da quelli ultrapopolari di vito (almeno del vito non ancora celebre). Immagino che anche la cucina fosse differente.

  18. Daniele Minotti dice:

    @soloparole
    Sicuramente tu cnosci Guccini ben meglio di me.
    Ma, secondo me, l’amore può astrarre dall’oggetto dell’amore.

  19. massimo mantellini dice:

    Niente, e’ che Bonilli era fighetto anche da giovine ;)

  20. diamonds dice:

    “Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde”

    http://files.earmilk.com/upload/mp3/Beirut%20-%2004%20-%20Postcards%20From%20Italy.mp3

  21. luca dice:

    massimo sei una canaglia
    non ti ricorderai ma mi hai portato da vito decantando il suo antipasto e per me rimane ancora un ricordo indelebile e bellissimo
    forse è la tanta nostalgia
    e a proposito di gente che aveva con sè la chitarra e suonava tra noi io ricordo bene e con un pò di magone chi sai tu

    un abraccio ciao Luca e Chiara

  22. Pinco Pallino dice:

    La vedi nel cielo quell’ alta pressione, la senti una strana stagione? Ma a notte la nebbia ti dice d’ un fiato che il dio dell’inverno è arrivato. Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano, di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova? Lo senti il perchè di cortili bagnati, di auto a morire nei prati, la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite? Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente? Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato. Conosci l’ odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte, e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose, e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove? Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un’ ex terza classe? L’ angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita, di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla? Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia, non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita. Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
    lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo. Si fa a strisce il cielo e quell’ alta pressione è un film di seconda visione, è l’ urlo di sempre che dice pian piano: “Non siamo, non siamo, non siamo.”