Prosegue, devo dire ammirevolamente, su Il Sole24ore la discussione pubblica sul futuro della rete, affidata oggi al punto di vista di Miguel Gotor che affronta l’argomento dal punto di vista dello studioso. La tesi principale dell’articolo, è per conto mio una tesi del tutto fuori fuoco, quella secondo la quale esiste un concreto rischio per gli studiosi legato alle scelte di digitalizzazione degli archivi. Scrive Gotor:

Il terzo problema riguarda l’inserimento sempre più massiccio delle fonti archivistiche su internet. Ciò sta avvenendo a prezzo di un’inevitabile selezione dei materiali e discrezionalità di scelta che certo condizionerà il futuro delle ricerche sul piano tematico perché proporsi di digitalizzare tutti i fogli conservati in un archivio storico di medie dimensioni sarebbe come volere raccogliere e catalogare uno a uno i granellini di sabbia di una spiaggia. È facilmente prevedibile che si assisterà a un sempre più accentuato spostamento dagli archivi cartacei a quelli digitalizzati, ma le ragioni che producono questo movimento sono sovente dei disvalori quali ad esempio il risparmio, la superficialità e la pigrizia. Entrano in gioco anche potenti interessi economici e la politica dovrebbe avere almeno la consapevolezza di ciò e assumersi la responsabilità di equilibrare i flussi delle risorse tra le diverse tipologie di archivio. Senza dimenticare, che conoscere un documento non significa solo leggerlo, ma anche toccarlo e vederlo negli occhi e non attraverso lo schermo di un computer che lo rimanda di per sé già semplificato: la sua materialità (carta, inchiostri, formato) rivela il contesto ed è indizio prezioso per costruire un discorso di verità intorno a esso. Youporn sta a un ipotetico e certo meno appetibile Youarchive come una donna o un uomo in carne e ossa stanno a un documento in originale, ma su questo secondo aspetto sembriamo meno sensibili alla differenza.



Primo punto: nel medio periodo non esiste un rischio di dover selezionare a monte le fonti da digitalizzare: gli archivi potranno essere tutti online nella loro interezza e questo vanifica gran parte del ragionamento. L’idea stessa che esista la possibilità che i contenuti messi in rete siano selezionate in base a criteri di interesse economico o addirittura politico mi pare del tutto senza senso e non mi risulta che abbia concreti riscontri. E che Gallica decida di digitalizzare una cinquecentina o di non farlo francamente non mi pare sia un argomento all’ordine del giorno da nessuna parte. Quanto al resto, è piuttosto ovvio che la versione digitale non porta con se una serie di informazioni sulla materialità dei contenuti: la digitalizzazione, per sua stessa natura, non aspira nemmeno lontanamente a soddisfare esigenze simili. Gli archivi digitali non sono una alternativa a quelli cartacei e non intendono sostituirli. In altre parole lo studioso ha (avrà) a disposizione una (potentissima) risorsa supplementare per il proprio lavoro capace di scremare e selezionare nella grande mole del materiale archiviato. I testi resteranno comunque al loro posto, pronti ad essere eventualmente consultati fisicamente (su questo “diritto all’accesso” ci sarebbe invece molto da dire) nel momento in cui fosse necessario. Quello che Gotor non dice è che per esempio l’archiviazione digitale, insieme a mille altre cose, elimina una sorta di protettorato baronale sulle opere archiviate aprendone la consultazione a chiunque. E’ del resto questa una dinamica nota: spesso la diffusa contrarietà alla digitalizzazione degli archivi proposta dagli esperti cela, dietro ad un muro compatto di parole, il fastidio per la perdita di un privilegio.

6 commenti a “Il futuro degli archivi”

  1. Andrea dice:

    Mi sembra che alla base di tutta questa “campagna” del Sole24 ci sia l’assunto della “lesa maestà”: come si permette la gente di occuparsi di cose finora riservate alle elite che noi rappresentiamo?

    E sarà non tanto perché non esistono più elite, ma piuttosto perché la loro formazione e composizione si è depauperata nel tempo, no?

    Detto questo: chi ha scelto quel che andava archiviato e quello che no, negli archivi “cartacei”? perché nemmeno quelli (anzi soprattutto quelli) non sono infiniti…

    E ridetto questo: non sono completamente d’accordo sulla validità della disintermediazione di certe funzioni solo perché le possono fare tutti, o gli algoritmi. A patto che siano fatte secondo scienza, capacità e coscienza.

  2. leo dice:

    Non riesco a capire cosa abbia trattenuto questa gente dal bruciare in piazza i vecchi lettori di microfilm.

  3. Andrea Contino dice:

    Aggiungo per dovere di cronaca, che quanto detto in questa frase smonta completamente la fiducia stessa di base che diamo a certo luoghi della rete ed in particolare ai contenuti ai quali accediamo:

    “lo schermo di un computer che lo rimanda di per sé già semplificato: la sua materialità (carta, inchiostri, formato) rivela il contesto ed è indizio prezioso per costruire un discorso di verità intorno a esso”

    Come se un testo appartenente ad un archivio venisse digitalizzato, una volta sulla rete perdesse di colpo la sua veridicità..

    Scherziamo?

  4. Aubrey dice:

    Non trovo in Sotor delle ragioni valide. E’ ovvio che la digitalizzazione “toglie” informazioni (ricordo un esempio di uno studioso che dedusse il periodo storico di alcuni documenti dalla puzza di aceto che essia ancora emanavano – aceto spruzzato per combattere una pestilenza), ma ne aggiunge anche. Esiste il “data mining”, esiste la possibilità di accoprare grosse moli di dati/documenti/arichivi e fare ricerche su queste.
    Mante spiega e ribatte bene: l’ostacolo, lo scandalo qui sembra tutto psicologico/culturale (non a casa cita più volta Wikipedia e Youporn, abominii della rete par excellence).
    Gli archiv cartaceo (a loro volta, già frutto di selezione) saranno al loro posto: metterli online darà la possibilità a molte più persone di accedervi, fra cui studiosi di altre università, anche in paesi in via di sviluppo. Ma l’idea della cultura ad accesso aperto è davvero così spaventosa?

  5. claudio dice:

    mah, quante sciocchezze. Mi pare che ne il “tenutario” e i suoi commentatori non sappiano cos’è un archivio e quali siano le problematiche connesse alla sua gestione. Dovrei entrare nel merito ma per farlo mi toccherebbe tenervi un corso di archivistica e poi farvi fare uno stage in un archivio e magari alla fine scoprireste quanta asinina compentenza avete mostrato in quest’occasione.
    Sottolineo questa perchè sono un lettore affezionato e non mi pare che sia la regola generale di questo blog. Nessuno nasce imparato, nemmeno voi e quando si affronta un argomento in questo modo, convinti che la propria intelligenza superi quella data dallo studio e dal lavoro sul campo ci si trasforma in una cosa sola, se al contempo si ha una piccola o grande visibilità: in tromboni!

  6. Gio dice:

    Concordo con quanto scrivi: resta però un punto aperto, che mi ero segnato per non perdermelo per strada, su quale sia il “valore” di un archivio digitale che, essendo più deperibile di uno cartaceo (CD 10 anni di vita Vs carta 10+ di anni! a meno che un piromane non lo bruci), necessita di “apertura” per potersi conservare (cit. “aprendone la consultazione a chiunque”).