A margine della sempre più ossessiva campagna mediatica delle ultime settimane sulla necessità di smetterla di “regalare” le news agli utenti della rete che ha in Ruperth Murdoch quello che “ci mette la faccia” mentre tutti gli altri editori più o meno silenziosamente assentono, va segnalato un bel post di Vittorio Zambardino sullo scenario editoriale mondiale fra free e fee. Proverei però a discutere la sua conclusione:


La dura verità è che il senso del passaggio al regime “pay” non è commerciale. E’ culturale. I giornali usciranno dalla “conversazione”, e riducendo la rete a pura piattaforma distributiva, si isoleranno dalle persone che in rete si informano e vivono. Se si sceglie di essere quelli che si fanno pagare, si smette di essere soggetti attivi della rete e fonte accreditata delle sue notizie.



Sono d’accordo, il passaggio al pay (meglio il wishful thinking del passaggio al pay) è una scelta culturale. E non si tratta nemmeno di una scelta tanto originale: da quando esiste internet esistono soggetti che hanno immaginato la rete solo nella sua essenza trasmissiva, quella che Zambardino chiama “piattatorma distributiva”. Ma non sono sicuro che la conversazione sia l’essenza del futuro del giornalismo in rete. La conversazione, questa idea di conversazione, tangenzialmente mutuata dal Cluetrain Manifesto, mi pare abbia grandi affinità con l’idea di conversazione che contrabbandono gli esegeti del marketing 2.0 quando mescolano ad arte prodotto e suo racconto. Nello stesso modo i giornali certamente vivono dentro l’ambiente informativo della rete ma sono una cosa differente dal resto della grande babele nella quale sono immersi. I giornali sono “comunque” – come scriveva Jay Rosen molti anni fa – quelli che scambiano “notizie per denaro”, questa è, dentro l’immenso calderone della comunicazione in rete, la loro peculiarità.

E non si tratta di un giudizio negativo, tutt’altro. C’è moltissimo bisogno di una informazione professionale che dedichi tempo e risorse alle notizie e c’è bisogno che chi le produce possa mantenersi con un modello economico che glielo consenta anche su Internet. Ma esattamente come avviene per le aziende fulminate dal web 2.0 non si dovrebbe confondere le proprie caratteristiche con l’ambiente che le circonda. Le aziende che producono buoni prodotti hanno e avranno formidabilii riscontri in rete ma il passaparola che le renderà ricche è, nonostante le mille sofisticazioni, faccenda primariamente nelle mani degli utenti e quasi mai il risultato di una tecnica di marketing. Provateci voi a vendere in rete un qualsiasi prodotto scadente attraverso una efficacie pubblicità.

Per i giornali è lo stesso: non è il farsi rete il valore principale del proprio lavoro ma quello di continuare a produrre buona informazione. Essere in rete è certamente importante, cominciare ad ascoltare e condividere spunti lo è, aprirsi ai contributi esterni che certo esistono, mettersi in gioco insomma, in tutte le forme di cui abbiamo mille volte detto (e che ancora oggi dopo tanti anni e moltissime chiacchiere stentano a farsi largo dentro i nostri giornali on line) e tutto questo certamente rende l’informazione migliore, ma non è solo questo il punto: non si diventa insomma cattivi e inadeguati facendosi pagare.

Secondo me le ragioni per cui i piani di Murdoch e dell’AP e di tutti gli altri a ruota falliranno non sono legate ad una supposta mancanza di dialogo legata al desiderio di far pagare le notizie ma semplicemente, oggi come tante altre volte in passato, al continuare ad equivocare l’architettura di Internet. Ci vorrà qualche sforzo supplementare per rendere profittevoli vecchi mestieri che una volta si facevano con la carta e l’inchiostro.

Come riuscire a farlo è un tema importante per domani. Il tema di oggi è che presto la crisi del mercato pubblicitario finirà e quel giorno la rete sarà ancora lì bella fresca, e sarà perfino possibile tornare a discutere serenamente, senza usare i conti in rosso come una clava roteata a caso. In quei giorni il simil-Kindle barricato dentro il quale Murdoch intende racchiudere tutte le sue preziose notizie sarà solo il ricordo di un momentaneo impazzimento di un signore di una certa età che non ci aveva capito troppo.

16 commenti a “I giornali sono conversazioni?”

  1. Andrea dice:

    Un ottimo punto di partenza per una riflessione.
    Non so ancora cosa possa venir fuori per un’Agenzia che fa della ricerca della qualità del proprio prodotto un punto d’orgoglio e di impegno (al di là dei titoli errati sul web…)
    Ma non sono molto forte nell’elaborazione di modelli di business…

  2. Gaspar dice:

    Sicuro sicuro che “presto la crisi del mercato pubblicitario finirà”?
    Se fosse strutturale?

  3. Massimo Moruzzi dice:

    e se fosse strutturale la crisi dell’Occidente? (ipotesi secondo me meno improbabile)

  4. L1 dice:

    anche io temo che la strutturalita’ della nostra crisi sia fondata. pure le vie di uscita (rilancio del nucleare, investimento sull’auto) mi sembrano tragiche. in mezzo a questo non sorprendono le dichiarazioni di murdock, che assomigliano ad una cosa tipo “fermi tutti, voglio scendere”. oppure “voglio ritornare al 1985”. questi vengono considerati i nostri capitani d’industria, e a me sembrano “clueless” (non mi viene la parola in italiano). male, male.
    a corollario, poi, ci starebbe anche: ma che si facciano pagare per la loro fuffa, e stiamo a vedere quanto velocemente affondano.

  5. Vittoriano dice:

    Per parte mia posso solo dire che pago, non malvolentieri, sia l’abbonamento al Wall Street Journal che quello al Financial Times (anche perché al momento è scontato del 75%). Concordo pienamente, e questi ultimi 25 anni di informatica e telecomunicazioni lo testimoniano, che nessuna buona campagna pubblicitaria riesce a far vendere un prodotto scadente, soprattutto in un contesto in cui ci si scambiano opinioni e commenti e ci si informa on line prima di fare acquisti. Ma se il prodotto è buono e le condizioni sono accettabili, la gente spende e compra, anche l’abbonamento al quotidiano on line. E’ divertente ricordare, a proposito di Murdoch che quando ha comprato il gruppo aveva detto che voleva rendere gratuito l’accesso al WSJ… Comunque, io cotinuo a pensare che abbian ancora ragione Jakob Nielsen (http://www.useit.com/) quando diceva mi sembra nel ’96 che l’unico modello veramente vincente di una Internet a pagamento era quello dei micropagamenti, ovvero un tot a contenuto, tale da generale una bolletta mensile tipo quella della luce o meglio ancora quella dell’acqua.

  6. Daniele dice:

    Anch’io pago volentrieri e quando paghi la differenza si vede.

    Il post di Zambardino come al solito esamina egregiamente la situazione. Concordo in pieno con la riflessione finale riguardo all’uscire dalla “conversazione”. Il problema di fondo, che è quel che si ripete da quando internet esiste, è: “come facciamo soldi”. E la soluzione sta sempre lì. Internet è uno strumento, strumento che porta a risultati solo quando lo si sa usare.

    Il sito BBC News (benchè non sia una testata giornalistica) è un chiaro esempio di successo. http://news.bbc.co.uk/

  7. Andrea Poulain dice:

    su wired cè un articolo a riguardo a miss huffington..

  8. alberto dice:

    io punterei di più l’attenzione sulle differenze fra internet e giornali. mi sembra invece che si pensi di poter tradurre le funzioni del giornale di carta nella nuova forma digitale, forse senza aver ben definito quali sono TUTTE queste funzioni. la provocazione a cui penso spesso è: ma internet non si può far spuntare dalla tasca della giacca! c’è l’idea che il giornale sia solo la notizia, mentre ad esempio serve anche a fare identità. si da’ per scontato questa cosa dell’importanza della notizia, perché essere informati è il sale della democrazia, etc, ma io perché devo comprarla? vi pare che l’informazione in italia sia un valore per le persone? già il wsj e il ft sono casi particolari, perché mi danno informazioni che possono essermi utili sul lavoro. ma la maggior parte della gente che compra il giornale lo fa in maniera diversa e forse può anche rinunciare a farlo.

  9. Sascha dice:

    A me pare che per il ‘popolo del Web’ il vero valore non siano le notizie ne’ le informazioni (che possono anche essere sbagliate senza farci troppa tragedia) ma la conversazione con il ‘giornalista’: questi può non dare alcuna notizia ma se si dimostra disponibile al dialogo online viene esaltato come ‘al passo con i tempi’.
    Un modello di business possibile potrebbe proprio essere questo: se è vero che l’informazione dev’essere ‘free’, cioè libera e gratis, la si può distinguere in falsa e vera La prima – comunicati governativi, polemiche partitiche, prediche domenicali, lanci pubblicitari, pettegolezzi su starlet, rivelazioni rivoluzionarie, studi di università americane – può e dev’essere gratuita.
    A parte, a pagamento, le notizie vere per chi è davvero interessato e che al ‘popolo del Web’ non interessano.
    Nei casi in cui bisogna per forza informare il pubblico di qualcosa ci pensa il governo, fuori da logiche commerciali e senza possibilità di critica…

  10. Loris Costa dice:

    Vediamo se ho capito bene. Il Presidente Russo è considerato un blogger di tutto rispetto perchè mette in rete le notizie che lo riguardano. Si fa pubblicità, da informazione, forma opinione. La stampa vuol andare dall’altra parte.
    Certo non voglio confondere la comunicazione istituzionale con l’esigenza più vasta dell’informazione. Ma attenzione: nel gioco “pagamento”/”non pagamento” si avranno effetti che non possono essere tutti calcolabili.
    Intanto ci sarà la corsa a produrre altre notizie e a metterle in rete (chi ha acquisito tecnica e chi c’è da tempo diventerà una nuova fonte, una fonte più accreditata); poi le edizioni a pagamento danno comunque la possibilità di diffondere contenuti senza citare la fonte (basta cambiar le virgole).
    Quindi il vero problema è: quante nuove esperienze di micro-blogging potranno sorgere? e quali margini di remunerazione/impegno avranno?
    E sulla scia: quale ruolo avrà la stampa ufficiale, ossia la stampa a pagamento? Quella di fare opinione? Se è così è una sfida persa: le fonti si automoltiplicano, non hanno bisogno della stampa ufficiale; l’opinione ci sarà a prescindere perchè si forma dal confronto che la rete potrà dare e i giornali rinarranno enclave chiuse, per addetti ai lavori.
    D’altra parte il cartaceo va a morire, si dice. Morirà pure il sequesto di informazione, spazio per tutti non c’è in edicola e non ci sarà in rete. Imho

  11. Sascha dice:

    Come fa notare Loris Costa citando l’esempio russo, il potere grazie alla Rete potrà fare a meno dell’intermediazione della casta giornalistica.
    I governi non l’hanno obbligo di redditività, quindi diventeranno, ancor più di adesso, la fonte principale delle notizie, come già accadeva prima delle comunicazioni di massa.
    Visto che la Rete considera se stessa come ‘conversazione’ e avrà sempre bisogno di qualcuno che fornisca gli argomenti di conversazione il futuro pare segnato.
    Chi l’avrebbe mai detto: dopo una deviazione di circa cinquecento anni si torna all’antico…

  12. paolo dice:

    Una cosa che forse non è stata detta a proposito della differenze tra USA e UE sul fronte dei giornali cartacei, è che in alcuni paesi europei, e in particolare in Italia, quasi tutti i “grandi” organi di stampa sono nutriti dai soldi dei contribuenti attraverso contributi di stato a vario titolo.

    E non parliamo di pochi irrisori soldini. Il che influisce inevitabilmente sia sui business plan che sulla separazione tra redazioni off e on line.

    Murdoch ha detto una capperata, su Internet ne ha dette tante, ma lo ha fatto considerando uno scenario più ampio e diversificato rispetto a quello dei giornali italiani, drogato da decenni di finanziamenti pubblici. Temio che noi qui li si dia cosi’ tanto per scontati da non farci più caso.

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