Contrappunti su Punto Informatico di domani.

***

Il disco degli U2 in uscita in questi giorni sarà disponibile in ben 5 differenti formati. Oltre alla classica versione in CD assieme alla quale è accluso un libretto di 24 pagina (il marketing della casa discografica lo chiama “booklet”, ma noi li perdoniamo) si potrà acquistare una versione “Magazine” compresa di CD + magazine di 60 pg. + film in download, una versione “Digipack” (CD + booklet 36 pg. + Poster + download film) una versione “Box-set” (CD + Poster + Booklet 36pg. + Book 60 pg.+ DVD) e una “Vinyl Version” composta da due dischi in vinile + Booklet 16 pg.

La domanda spontanea che sorge dopo la lettura di un simile elenco riguarda il significato di questa ampia parcellizzazione dell’offerta. Si tratta di una scelta commerciale che rimanda idealmente alla crisi del mercato discografico e ne rappresenta pertanto un tentativo disperato di reazione (anche da parte di una delle band con maggior possibilità economiche al mondo) o siamo invece di fronte ad un percorso nuovo, immaginato come l’unico fra quelli possibili, nel momento in cui il bene primario del mercato, vale a dire la musica, si allontana dal substrato per rendersi disponibile in mille duplicazioni in rete?

C’è indubbiamente qualcosa di vagamente collezionistico nell’elenco sopracitato. Il desidero, evidente, di solleticare l’acquirente verso una serie di prodotti collaterali all’opera musicale vera e propria. Ma c’è anche, e contemporaneamente, il profumo netto del mercatino rionale, del “pelapatate elettrico venghino signori venghino”, capace di deprimere più che esaltare l’umore dell’incauto passante.

Da un lato è come se l’industria discografica ammettesse la propria grave difficoltà anche nell’ostensione del proprio prodotto più pregiato. Una difficoltà non tanto e non solo di conto economico, ma anche e soprattutto della propria funzione di intermediazione fra musica e sua fruizione, che è andata negli anni perdendo via via di centralità. Contemporaneamente a questo le scelte di scenario seguono una via tracciata e oggi generalmente condivisa che è quella di offrire alla propria clientela un prodotto differente rispetto alla sola musica ancorata ad un substrato fisico.

Siamo di fronte all’assalto finale ad una ancora vasta clientela dell’età di mezzo, quella degli estimatori del prodotto musicale fisico e delle sue appendici (o anche nella sua variante più estrema degli amanti corrisposti dei dischi in vinile): una clientela che tempo uno o due decenni sarà verosimilmente scomparsa, sostituita da una tipologia di consumatori musicali completamente scollegati da ogni legame fisico con il prodotto “musica”.

I discografici degli U2 sembrano pescare a piene mani dai modelli distributivi immaginati da Kevin Kelly, per esempio quando in “Come fare soldi gratis” il tecnologo americano parla di corporeità, citandola fra i valori generativi legati alla distribuzione digitale (copio dalla traduzione italiana uscita su Internazionale ):

La copia digitale è incorporea: posso prendere la copia gratuita di un lavoro e trasferirla in un attimo sul mio schermo. Forse però mi piacerebbe guardarla in alta risoluzione su uno schermo gigante o magari in 3D. Il pdf non è male, ma a volte è meraviglioso poter leggere le stesse parole su carta bianca morbida, rivestita di pelle.

Ma se secondo Kelly la sostenibilità di una impresa musicale passerà in futuro non più sul milione di fan per ogni artista ma attraverso una sorta di microcelebrità per la quale sono sufficiente un migliaio di autentici fedeli ammiratori paganti, occorre aggiungere che un simile modello prescinde dalla centralità dell’industria discografica, destinata a trasformarsi da distributrice delle copie dell’opera dei propri artisti a generatore di attenzione nei confronti delle opere stesse.

Ma assai prima che le case discografiche si trasformino in agenzie di pubbliche relazioni c’è da tentare questo passaggio intermedio legato alla sovraesposizione del prodotto fisico, nel disperato tentativo di aumentarne l’appeal nel momento in cui al consumatore di musica il mercato offre un numero assai alto di opzioni possibili che vanno dalla versione in vinile per feticisti, al download legale ed impalpabile di un file da uno store musicale online, al consumo bulimico e casuale di musica scaricata a caso e illegalmente da un circuito P2P o condivisa con altri utenti attraverso le migliaia di opzioni che oggi Internet consente.

9 commenti a “Anteprima Punto Informatico”

  1. roberto dadda dice:

    Io ho un animo semplice e la cosa mi pare molto più banale: vista la sostanziale impossibilità di bloccare la copiatura illegale le società stanno cercando di offrere anche a chi il file se lo è copiato un motivo per comerare l’album.

    L’idea che si guadagnerà nella coda resta una ipotesi di lavoro, la realtà dei fatti dimostra che ancora oggi guadagna chi sta nella testa.

    bob

    PS sai che mi sfugge cosa ci sia da perdonare a chi chiama booklet un booklet? Me lo spieghi per favore?

  2. alessandro dice:

    ma stiamo parlando di quelli che cantano un dos tres catorce o di quelli che avevano fatto sunday bloody sunday?
    perche’ penso che siano due band diverse ;)

  3. ArgiaSbolenfi dice:

    Già.. sappiamo che si potrebbe benissimo dire libretto, ma direi che è da quando esistono i cd che si usa largamente booklet quindi non mi sembra il caso di iniziare una campagna pro italiano proprio ora..

    Secondo me mancano gli unici due formati interessanti:

    CD a 9,90 euro
    LP a 14,90 euro

    l’industria musicale secondo me è collassata anche per non aver voluto vendere i supporti fisici a un prezzo ragionevole alienandosi le nuove generazioni. Il mercato delle edizioni “ricche” per fan e collezionisti è come la morfina per un moribondo….

  4. Camillo dice:

    Il business musicale è cambiato e se ne stanno accorgendo anche le case discografiche: diversificano l’offerta, aumentandone l’appeal con “libercoli” e gadget vari. Gli artisti l’hanno già capito da tempo con l’aumento della frequenza dei concerti e dei prezzi dei biglietti.

    Il CD a 9,90 euro c’è, basta comprare online dall’Inghilterra a £8,90. Senza libretto.

  5. ArgiaSbolenfi dice:

    Il CD a 9,90 euro c’è, basta comprare online dall’Inghilterra a £8,90. Senza libretto.

    E’ vero, play lo vende a quella cifra, però dubito che sopra gli scaffali dei negozi superstiti lo vedremo a meno di 15 euro.
    Il punto è che una politica dei prezzi diversa andava fatta anni fa, prima che i ragazzini cancellassero completamente l’idea che la musica può anche essere comprata.

  6. Daniele Minotti dice:

    @Argia
    Ottima e coraggiosa osservazione. Aggiungerei che si educa all’arte, anche a quella *commerciale*. E, oramai, i dischi sono 10 canzoni vomitate in un CD, senza alcun nesso, senza alcuna storia. Non si può pretendere, a questo punto…
    Resta il fatto che, secondo me, per gli U2 queste scelte diversificate sono soltanto per vendere ancora di più, non il segno della crisi.

  7. ArgiaSbolenfi dice:

    BTW, a proposito di follia discografica: i CD rimasterizzati di Guccini al momento dell’uscita costavano più di 20 euro. Ora su alcuni store sono ribassati a 9,90. Ma sì, prendiamo in giro la gente per qualche euro maledetto e subito..

  8. Daniele Minotti dice:

    Sara’ colpa di Guccini…

  9. microbot dice:

    seppure il music box o boklet come vogliamo chiamarlo vuole differenziarsi dal formato digitale il suo target in realtà è una nicchia della più vasta audience dei “scaricatori selvaggi”, ovvero, chi scarica file digitali (legalmente/illegalmente) può ugualmente essere la stessa persona che acquista assiduamente i music box.