13
Feb




Il mio articolo su Nova di ieri.

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Etica del Passaparola.

C’è stato il tempo dell’entusiasmo incondizionato ed ora è finito. Per anni abbiamo magnificato il grande cambio di scenario informativo, la caotica discesa in campo delle persone ad esprimere pareri e punti di vista, abbiamo sorriso al moltiplicarsi frenetico delle fonti, abbiamo scommesso che tutto questo ribollire di nuove voci avrebbe migliorato l’informazione, espresso il punto di vista di un numero maggiore di persone, reso anche il giornalismo più attento e serio.

Qualche settimana fa un blogger italiano ha organizzato un piccolo giochetto: ha telefonato sotto falso nome ad una decina di altri blogger a caso, ha raccontato loro una storia inventata ed ha terminato la telefonata con una domanda: quanto vorresti, caro blogger, per scrivere un post a pagamento sul mio prodotto commerciale?

Dice l’anonimo improvvisato sondaggista che la maggioranza degli interpellati non si sarebbero negata ad una simile transazione, nonostante il prodotto da reclamizzare fosse un improbabile succo di frutta austriaco. Quale morale si ricava da questo piccolo esperimento? Che i blogger hanno un prezzo. E di seguito a questo ovviamente che il nuovo scenario informativo mediato anche dalla editoria personale è una truffa, una perturbazione dello scenario dove gli agnelli non sono agnelli e la verità, beh la verità, lasciamo perdere.

Un uomo marketing di Belkin, una azienda elettronica americana, è stato beccato in rete qualche settimana fa mentre prometteva soldi a chiunque parlasse bene dei suoi prodotti nelle recensioni della clientela su Amazon: qualcosa di simile accadde qualche anno fa quando si scoprì che alcune delle critiche entusiastiche di lettori di alcuni romanzi erano state scritte, sempre su Amazon, sotto falso nome dagli autori stessi. E non si trattava di scrittori di quart’ordine.

Bastano esempi come questi (se ne potrebbero fare a decine) per dichiarare terminata l’età dell’innocenza della parte abitata della rete?

Nel corso degli ultimi anni sono comparsi nuovi, inediti mediatori, cresciuti come l’edera sulle pareti del web 2.0.Hanno nomi strani come “Buzz Angels” ed usano come clave parole del marketing altrettanto strane. Se il marketing di ieri amava le metafore guerreggianti (termini come “target”, per esempio), quello del web 2.0 preferisce – chissà perchè – assonanze col mondo della medicina: i video che renderanno famoso il prodotto della nostra azienda saranno quindi “virali”, i prodotti regalati ai blogger in cambio di una “disinteressata” recensione saranno invece il risultato di una raffinata tecnica di “community infiltration” (sic).

Il mantra del nuovo marketing ruota attorno al termine “passaparola”. Nessun altro termine è altrettanto abusato di questi tempi. Eppure non è difficile capire che il “word of mouth” così raccontato è un passaparola finto e mediamente millantato. Il passaparola (quello vero) è infatti patrimonio delle singole persone, è il linguaggio di scambio di ogni relazione sociale, è efficiente, bizzarro, economicamente casuale, fortunatamente fuori dal controllo di chi racconta alle aziende che le proprie tecniche sono capaci di “infiltrarsi” dentro la grande conversazione delle persone in rete. E di condizionarla.

Tutto questo non è strano e fa parte del gioco. Fanno parte del gioco le mail disperate di chi ti scrive per raccomandarti il tal video virale (che se lo fosse veramente non avrebbe bisogno di alcuna raccomandazione) cosi come le facili deduzioni sulla comprabilità in cambio di un tozzo di pane di questo o quel blogger e di come pochi semplici passaggi decisi a tavolino da qualche esperto siano capaci di innescare le reazioni a catena del mercato senza alcuna palpabile differenza fra il mercato delle notizie e quello dei succhi di frutta.

Epifenomeni nemmeno troppo sorprendenti di un contesto generale dove chi sostiene che le parole delle persone in rete hanno sempre e comunque un prezzo, spesso disinnesca paure prima di tutto sue personali, dove l’analisi sociologica sulla corruttibilità del mondo digitale viene sottolineata con un tono sommessamente soddisfatto del tipo “lo sapevo io”, dove non è strano che il seme del dubbio scandalizzi assai di più della constatazione che altrove, fuori dalla rete, nel fantomatico mondo reale, tutto quanto è comunque già perduto e corrotto da tempo. Muoia Sansone con tutti i filistei insomma, quando invece non è difficile constatare che Internet è viva e vegeta, in ottima forma e sgargiante di mille colori differenti. Basterebbe solo saper scegliere i giusti accostamenti disinteressandosi di tutto il resto.

3 commenti a “Era Novo ieri”

  1. Kerub dice:

    è un po’ come nella barzelletta.
    non sono i blogger che mancano.
    sono i soldi.

  2. Marin Faliero dice:

    Come si fa una standing ovation web 2.0?

    Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap! Clap!

    Mi è piaciuto un sacco, questo articolo/post.
    Inoltre rafforza la speranza che il Sultano del Brunei mi preghi di parlar bene di lui (e peraltro mi è già simpaticissimo).

  3. Perché su Internet le aziende si DEVONO comportare “come le persone”. « Internet P.R. dice:

    […] – Perché è vero che è ridicolo pensare che si possa diventare amici di una macchina, ma è anche sbagliato criticare un mondo perché qualcuno lavora male. […]