Bel post di Luca Castelli sul suo blog su La Stampa sull’annunciato abbandono dei DRM da parte di Apple.



Per lungo tempo Steve Jobs si era rifiutato di concedere questa diversificazione, sostenendo che sarebbe stata penalizzante nei confronti degli utenti. In realtà, in una panorama fluido come il Web, dove le tipologie di offerte digitali e multimediali si moltiplicano giorno dopo giorno, anche la diversificazione dei prezzi dei brani musicali appare abbastanza naturale. E’ logico che le case discografiche abbiano la possibilità di studiare varie formule d’offerta, così come è logico che i consumatori possano scegliere tra tutte queste offerte quella che a loro interessa di più. Tenendo però anche conto della variabile filesharing, che – volenti o nolenti – incide ormai in maniera decisiva nelle abitudini di reperimento e fruizione musicale di molti appassionati di musica. Tentare di arginare il fenomeno, ri-attirando gli utenti sedotti dalle sirene del P2P è un desiderio comprensibile per le case discografiche. Ma il modo più sbagliato per farlo sarebbe quello di agire sulla leva del prezzo semplicemente verso l’alto, facendo finta che la concorrenza di BitTorrent e affini non esista e poi irritandosi se la tattica non funziona. E’ più o meno lo stesso errore commesso nel 2000 e del quale ancora oggi l’industria discografica tradizionale porta il segno.

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