Correva l’anno 1565. Concluso il Concilio di Trento ci si adoperò affinché alcune opere pittoriche inadeguate venissero in qualche maniera emendate se non addirittura distrutte. Toccò anche al Giudizio Universale di Michelangelo. Fortunatamente in quel caso ci si limitò a coprire le “pudenda” di alcune figure. L’incarico fu dato a Daniele da Volterra che agì con moderazione e rispetto ma si guadagnò comunque l’appellativo scomodo di “braghettone”. Il Da Volterra ricoprì di una veste verde santa Caterina, cambiò posizione a san Biagio, un po’ troppo “accucciato” e “incombente” sulle terga della stessa santa, mise un “perizomino” di pelo all’Adamo-Giovanni Battista, ecc.

Si era in piena Controriforma e si trattava di opere religiose. Altri generi di pittura, soprattutto le favole dei miti hanno sempre dato l’opportunità agli artisti di misurarsi col corpo nudo senza incorrere in troppi inciampi censori. Grazie al cielo nessuno ha mai messo il reggiseno alla languida e sensuale Venere di Giorgione o alla lussuriosa Danae di Tiziano. Perfino il seno nudo della Vergine ha goduto di rappresentazione pittorica, seppur nel suo significato transcendente le normali categorie del corpo umano, come dimostra la trasognata Madonna di Melun di Jean Fouquet. La nudità come soggetto iconografico è un simbolo: negativo nelle rappresentazioni di Eva, prima peccatrice; positivo in quelle della “Verità svelata dal Tempo” come nel caso della riproduzione dell’opera di Tiepolo che la Presidenza del Consiglio ha ritenuto di censurare. Che poi il novello Braghettone sia, a quanto pare, il curatore dell’immagine di Silvio Berlusconi è materia certamente interessante, degna di adeguate indagini sociologiche.

Commenti disabilitati

Commenti chiusi.