La questione del rapporto doloroso fra i nostri politici e la lingua inglese e’ ormai discretamente documentata. Ci si puo’ divertire in molti modi: l’ultimo e’ la lettura della versione inglese di un post di Antonio di Pietro impietosamente analizzato da Scalfarotto. Poi ci sono in archivio le numerose uscite clownesche di Berlusconi con Bush (che di fronte a Silvio pare per una volta un intellettuale). Oppure il mitico messaggio di Francesco Rutelli dal sito italia.it diventato ormai un tormentone sul web italiano (pliz vizit auar cauntri) che immagino abbia fatto crepare dal ridere qualsiasi anglosassone che lo abbia visto. Se la domanda e’ perche’? La risposta e’ perche’ siamo cosi’, la politica vive un isolamento intellettuale dal resto del mondo e l’umilta’ non sa piu’ dove stia di casa. Siamo talmente cazzoni da poter pensare di far tradurre sul blog lettissimo di un Ministro della Repubblica un lungo importante comunicato da qualcuno che non sa l’inglese (un amico del fratello del cugino?) convinti che tanto nessuno lo leggera’, siamo talmente abituati alla impermeabilita’ del nostro potere da andarcene tranquillamente ad Oxford (come ha fatto D’Alema recentemente) a tenere una lectio magistralis che potrebbe essere intitolata ” Il Ministro degli Esteri Italiano parla un inglese da seconda media, se ne scusa ma ci tiene a farlo sapere al mondo”. E magari abbiamo attorno una corte plaudente che non e’ in grado di dirci: “Guarda Rutelli, quel video fa ridere i polli, lasciamo perdere”. Cosi’ siamo messi.

19 commenti a “LE UOVA, IL PANIERE E LA LINGUA INGLESE”

  1. tangue dice:

    Il pessimo inglese è solo un sintomo di una malattia ben peggiore: la mancanza di umiltà  nel riconoscere i propri limiti e porvi rimedio, anche studiando.

    Ma si sa, gli italiani sono (quasi) tutti nati imparati, e la loro classe politico – dirigente è uno specchio che li riflette benissimo.

  2. giulia b. dice:

    Va bene che siamo un'estrema provincia dell'impero, però io non capisco tutta questa necessità  di parlare inglese (che oltre tutto è una abbastanza arida, non dico rispetto all'italiano, ma anche al francese o al greco che – esteticamente parlando – sono proprio un'altra cosa). Tutto questo mi sa tanto di provincialismo da "parvenu". Ora, i nostri politici sono talmente "parvenues" per conto loro che non hanno davvero bisogno di parlare (?) inglese per sembrarlo…

  3. Pier Luigi Tolardo dice:

    E' meglio Sarkozy: ha insultato i paparazzi negli Usa, ieri, in francese perché non sa l'inglese e meno male così non hanno capito gli insulti.

  4. miic dice:

    mah, sinceramente l'inglese di D'Alema mi è sembrato discreto, soprattutto per una persona che ha evidentemente cominciato a studiarlo da grande (già  azzeccare la pronuncia di "unique" non è immediato). E la grammatica pareva corretta (perdonami, ho sentito solo i primi tre minuti, non pretenderai che me lo segua tutto). E comunque: un ministro degli esteri se parla inglese è meglio, ma ha il diritto di farsi tradurre: l'importante è che abbia buoni traduttori. Il post di Di Pietro invece è puro cabaret.

  5. tangue dice:

    provincialismo o meno, il punto è che l'inglese è la lingua veicolare moderna.

    Siamo poi così sicuri che l'inglese sia una lingua "arida"? Mi sembra che si possano citare carrettate di autori, letterari e non, in grado di smentire questa affermazione.

    Nessuna lingua è arida, forse l'inglese è più semplice, lineare, diretta; ma questo è un vantaggio.

  6. Fabio Metitieri dice:

    Mah, si', anche a me l'inglese di D'Alema non e' sembrato cosi' disastroso. Certo, visto che leggeva e che si era certamente esercitato prima avrebbe potuto far di meglio, ma in confronto a Berlusconi….

    E, non vorrei disilluderti, Mante, ma quelle rare volte che ti ho sentito dire una parola in inglese hai quanto meno sbagliato dove mettere l'accento. Non hai una pronuncia migliore di baffino.

    Ciao, Fabio.

  7. Annarella dice:

    @giulia l'inglese oggi non devi saperlo perche' nella provincia dell'impero e' sinonimo di essere cosmopoliti ma perche' senza non vai da nessuna parte.

    In secondo luogo esistono tutta una serie di rapporti che sarebbe difficile definire poetici, metti una relazione di lavoro sui sistemi informatici, e che sarebbe difficile far capire al tuo interlocoture in greco antico o in latino soprattutto se il tuo interlocutore non le conosce. Avendo io la bizzarra concezione della lingua come veicolo di espressione di concetti, se voglio farmi capire debbo trovare un'idioma comune e l'inglese e' quello che comunemente viene utilizzato che si tratti di americani, coreani o cinesi.

  8. ste dice:

    So per esperienza che per esempio i menu dei ristroranti tradotti malissimo in tedesco sono si' una fonte di divertimento, ma hanno anche l'effetto di una pubblicita': Un Italia senza tutti questi errori sarebbe un Italia sconosciuta e anche noiosa.

    Diciamo che fa parte essenziale del brand "Italy".

  9. Joe Tempesta dice:

    Da cittadino preferirei evitare che i miei rappresentanti andassero in giro per il mondo a far figure di merda (e a farle fare a noi), ma come persona non posso che apprezzare la buona volontà  e il coraggio di esprimersi in una lingua magari imparata di recente (ai tempi di Berlusconi e D'Alema si studiava il francese), di fronte a tanta gente e sapendo di non saperla.

    Certo, se si facessero tradurre (cosa che non scandalizzerebbe nessuno) all'Onu come in qualsiasi altro contesto, sarebbe molto meglio. Ma arrivare a casa di Bush e salutarlo (o provarci…) in ammeregano, è anche una specie di omaggio. Diciamo un mazzo di fiori un po' sgualcito dal viaggio, via.

    In compenso qualche giorno fa mi è capitato di sentire una conferenza di Pannella a Strasburgo: oh, è logorroico pure in francese :D

  10. miic dice:

    Ste, però guarda pure i menu dei ristoranti italiani in Germania, Francia o Inghilterra, e poi mi dici…

  11. Stefano Epifani dice:

    Caro Massimo,

    siamo un paese talmente arretrato che un tipo come Buttafuoco può impunemente dire – facendo magari pure bella figura perchè "è un opinion leader" che internet non serve a nulla… quindi, tutti gli esempi che citi mi sembrano assolutamente in linea con il nostro infimo livello culturale…

  12. gabriella dice:

    vi sembrerà  poco, ma il problema è quella "corte plaudente". Due parole e basta per fotografare come si vive nello staff di un politico.

    Aggiungo: i politici non leggono i giornali, ma al massimo le agenzie. Di solito leggono le rassegne stampa preparate da solerti addetti stampa. Non hanno la minima idea di cosa sia la vita pratica. Il loro argomentare è un parlarsi addosso vicendevole fino all'inverosimile, perdendo sempre di vista un data da cui è partito il discorso.

    Vuoto pneumatico e basta. indifferentemente. Non ci tengo al qualunquismo, ho solo visto da vicino.

  13. Filippo G. dice:

    A dir la verità  ho l'impressione che questa della bella pronuncia dell'inglese sia più che altro una fissazione italiana. Le proferesse d'inglese c'hanno inculcato l'idea che si dovesse parlare come la regina (cosa peraltro impossibile per chi non è nato in Inghilterra nella giusta classe sociale) quando poi quel tipo di lingua è parlata dallo 0,0001% del miliardo di persone che parlano l'inglese come prima lingua. Gli altri che lo parlano come seconda lingua lo interpretano , come è giusto, a modo loro: provate a sentire sulla BBC parlare Musharaf o Mbeki che pure l'inglese lo sanno oppure rpovate a parlare con un tassista di New York e scoprirete che in media sa l'inglese peggio di Di Pietro. Nessuno, nel mondo anglosassone se ne preoccupa granchè perchè alla fine l'importante è comunicare e non fare bella figura. A noi Rutelli che parla inglese ci fa tanto Albertone Sordi, ma per chi non è italiano e solo un altro dei tre/quattro miliardi di persone che parla l'inglese a modo suo..

  14. Pier Luigi Tolardo dice:

    Di Pietro però sa bene il tedesco perché ha fatto l'operaio per diversi anni in Germania, Prodi sa un ottimo inglese e ha ripassato il francese, a sue spese, presso la Scuola di Lingue dell'Esercito quando diventò Presidente della UE, mentre se la cava in tedesco grazie ad un'estate da muratore in Germania ai tempi dell'Università , Ciampi ha fatto un anno di studi in Germania e parla un buon tedesco, Padoa Schioppa parla un ottimo inglese come Napolitano del resto. Il Centrosinistra a lingue sta benino, il Centrodestra salvo Tremonti, Martino e Pera faceva pena.

  15. Pier Luigi Tolardo dice:

    La classe politica del dopoguerra era discreta in lingue: Nenni, Saragat, Pertini, Togliatti, parlavano un ottimo francese ed un ottimo spagnolo a causa degli anni di esilio e queste erano le lingue internazionali di allora. De Gasperi bene anche il tedesco perché era stato suddito di Cecco Beppe e Togliatti bene anche il russo, purtrotto. La classe politica di oggi è una di mezzo: non è più vecchia ma nemmeno giovane. Veltroni sa l'inglese? Letta ed Adinolfi lo parlano molto bene, è il loro momento.

  16. Alessio dice:

    Ha ragione Filippo G., questa dell'inglese perfetto è una fissazione tipicamente italiana dai contorni molto ma molto provinciali.

    Ci sono certi stimati politici stranieri al cui confronto l'inglese di ADP non è poi così malaccio. Ma questo ovviamente non qualifica i personaggi.

    Un politico non è certo un politico più affidabile solo perchè parla l'inglese oxfordiano.

    Pessima caduta di stile poi quella di Scalfarotto che sul suo blog sbeffeggia ADP per il suo inglese (facile eh Scalfarotto sparare sulla CRI?) . Molto scorretto direi.

  17. CG dice:

    A costo di dire la solita pappetta da bar, questa è solo la punta dell'iceberg. In pratica stiamo parlando del nostro stato (e Stato) che mostra persino in superficie ciò che è normalmente. E quindi penso che il re sia sempre nudo e che tutti siano abituati a vederlo gironzolare coi gingilli al vento senza dirlo. Quale importanza può avere tutto questo in confronto a fatti ben più gravi verso i quali il nostro atteggiamento è comunque sempre quello di tacere? Cosa ci può importare se Rutelli parla come mio cuGGGino in inglese (e come me, sinceramente) ? Nelle classiche PMI il tenore è questo, il valore della professionalità  non esiste in quasi niente, l'unico valore visibile, accettato e valutato (perlomeno sul momento) è la capacità  di vendere.

    Ma, mi dirai, non è forse (non) saper vendere, quello che fa rutelli su italia.it ? Non è vorse incapacità  nella comunicazione? Certo, ma quel che descrivo è semplicemente il diffuso sistema: la scomparsa del riconoscimento del valore genera questo. La traduzione la fa il cuggino o l'amico (a prescindere dalla sua bravura, perché, diciamolo, può pure capitare l'amico che sa il fatto proprio!) o quello che costa meno – lo stagista, per esempio – e via dicendo. E se qualcuno nei media mainstream lo fa notare seriamente, alla maniera della vecchia scuola del giornalismo, noi tutti non siamo pronti a difendere questo tipo di serietà : perché vorrebbe dire che lasceremo sempre fare gli esperti agli esperti, che pagheremo i professionisti, che faremo crescere la professionialità  in generale, che riconosceremo gli errori, che aumenteremo la qualità , che inizieremo a vergognarci (interiormente, con coscienza) della nostra ignoranza e saremo, come tu dici, giustamente umili.

    E' un bene che tutti abbiamo una generale alfabetizzazione migliore della gente di 50 anni fa. Ma è un terribile male che l'alta qualità  di 50 anni fa sia scomparsa da chi massa non dovrebbe essere.

  18. ste dice:

    La cosa che mi intristisce di piu' non e' l'inglese di Di Pietro (di cui mi importa meno di zero), ma il fatto che l'analisi di Scalfarotto e' tutt'altro che impietosa, anzi a dirla tutta gli fa fare la figura del secchione saccentello (del resto gli viene piuttosto naturale, ahilui) e fa venire qualche dubbio sulla *sua* conoscenza dell'inglese (su 5 "errori" che cita, 3 non sono tali e uno e' un peccato veniale). Certe cose o si fanno seriamente o non si fanno!

  19. alessio dice:

    Scalfarotto ogni giorno che passa è sempre più patetico, un piccolo provinciale che di nuovo si attacca alla sola cosa che ha fatto nella vita, andare a lavorare a Londra per un'azienda finanziaria: percorso che, ricordiamolo, hanno fatto centinaia di gente della sua (e mia) generazione, in posizioni più interessanti, per periodi più lunghi e soprattutto senza spaccare i maroni al prossimo.

    Il mio collega Emmanuel, che ha appena lasciato Parigi per andare nell'ufficio principale della nostra azienda a Londra, dubito al ritorno tra qualche anno tenterà  di candidarsi di diritto a un posto all'Assemblea Nazionale in virtù di aver visto un pezzo di mondo.

    Facile prendersela con l'inglese di Di Pietro invece. E tra l'altro questo inglese di Scalfarotto lo devo ancora sentire, poi magari giudichiamo l'accento e gli strafalcioni.