Non e’ possibile starsene su Internet e comportarsi come una loggia massonica. Si rischia intanto di fare la figura dei fessi, in secondo luogo di far nascere dubbi sulle reali motivazioni di iniziative magari anche condivisibili. Cosi’ quando si vede spuntare dal nulla una nuova associazione internet, ennesimo esperimento di una aggregazione elettronica fino ad oggi fallimentare, io temo sia importante sapere nomi e cognomi di chi la ispira ed organizza. Nomi e cognomi, signori, non bastano gli intenti. Almeno per me. A confezionare statuti, dichiarazioni e programmi sono capaci tutti. Cosi’ quando sul sito web de Il secolo della rete, associazione (presumo) vicina a Quinto Stato che ha promosso la petizione contro il decreto del governo sulla data retention alla voce “Chi Siamo” tocca leggere il seguente papocchio:

Interlocutori e soci dell’associazione sono esponenti politici e lavoratori della rete insieme a esponenti di comunità  in rete, di Pubbliche Amministrazioni, di Piccole e Medie Imprese, delle nuove professioni legate allo sviluppo della Net Economy, delle embrionali organizzazioni sindacale dei networkers; di associazioni per la tutela dei consumatori e per la difesa della privacy e dei diritti civili in Rete.

per quanto mi riguarda il discorso e’ chiuso. Nelle nebbie di un uso disperato della lingua italiana che sceglie di non dire nascondendosi dietro alle parole lascio volentieri quelli piu’ ottimisti di me. Non c’e’ buona causa che tenga. Gia’ il mondo offline e’ pieno di fondazioni ed associazioni e raggruppamenti e clubbini dagli statuti altisonanti e dalle reali motivazioni costitutive assai meno nobili. Fuori le facce signori. Poi (eventualmente) se ne riparla.

5 commenti a “Il "CHI SIAMO" de IL SECOLO della RETE”

  1. Andrea dice:

    beh, detto da uno come te che e' diventato "famosetto" senza mai mostrare la faccia, ma iniziando a dire di essere un esperto della rete, beh, sinceramente, mi pare ridicolo.

  2. Antani dice:

    Si, Andrea. Ma la reputazione va costruita e (Mante, un caffè grazie) il tenutario di questo blog mi pare l'abbia fatto. Non solo, ma il suo nome è pubblicato, quindi rintracciabile e riconoscibile almeno quanto molti giornalisti della carta stampata che allo stesso modo non si sono mai visti in faccia. Ti serviva la foto? L'indirizzo, il numero di telefono e il codice fiscale? A me, personalmente, anche uno pseudonimo (come il mio) andava bene. Basta che uno si prenda le sue responsabilità  e si renda ben riconoschibile. Se il problema è semplicemente che non ti piace quello che scrive, beh, basta dirlo.

  3. Tom dice:

    Caro Andrea,

    la faccia di Massimo la si vede in varie rubriche cartacee (comprati InternetNews e vedi la rubrica FarWeb). Inoltre di Massimo conosciamo nome e cognome, quindi la possibilità  di indentificarlo è facile.

    Inoltre cosi come nei commenti (ma anche tramite la posta) puoi comunicare con lui, sapendo chi ti legge e chi ti risponde.

    Mi sembra Andrea, che confondi l'identificazione con la "fama" che lui ha raggiunto con il blog.

    Infine lui non è un associazione senza fine di lucro che ha delle responsabilità  nei confronti della collettività .

    Sarà  un caso che la legge italiana vieti le associazioni segrete???

    Ovviamente nulla vieta come per Il Secolo della Rete di cercare di rendere difficoltosa ai terzi l'identificazione dei membri.

  4. Beppe Caravita dice:

    Ragionevole. Ho ripreso paro paro il post…vediamo se cominciano a capire che cosa è la internet dei blog….

  5. alessio dice:

    Della nuova associazione ho visto finora un solo nome, uno di vecchia ma vecchia ma vecchia data che negli ultimi anni ha badato soprattutto a fare affari. Vedremo.