17
Mar

TERRORISTI e P2P

Enzo Mazza, il Direttore Generale della FIMI (Federazione industria musicale italiana) e’ un signore. Qualche giorno fa mi ha scritto una mail molto gentile per sottolineare alcune piccole parzialita’ contenute nel mio ultimo editoriale su PI e per riaffermare gli stretti legami fra crimine organizzato e pirateria musicale. Ironizzavo in quel pezzo in particolare sulla storia del terrorista arabo di stanza in paraguay scomparso dopo l’11 settembre:

Eppure nonostante questi indecenti comportamenti ancora non siamo stati arruolati dalla triade cinese, nessuno della mafia russa si è degnato di contattarci e la faccia del pericoloso Assad Ahmad Barakat, hezbollah di stanza in Paraguay dileguatosi dopo l’11 settembre le cui attività  terroristiche sono finanziate – secondo la FPM – dalla vendita dei CD pirata, l’abbiamo vista per la prima volta sul sito web degli Industriali della Musica Italiana.

Che gli industriali della musica continuino a non distinguere fra crimine organizzato e P2P e’ una di quelle brutture che prima o poi dovranno finire. Per ora la tattica sembra ancora essere quella di fare di ogni erba un fascio come ridicolmente riaffermato anche in questo recente articolo su IDG:

A congressional hearing on the links between terrorism, organized crime, and the illegal trading of copyrighted material produced more complaints about college students using peer-to-peer (P-to-P) networks and other governments sanctioning copyright violations than it did evidence of nefarious connections.

3 commenti a “”

  1. Tommaso dice:

    Ancora i conti non tornano.

    Se è vero p2p (io sapevo che i brani da gnutella erano gratis) rende tanto da finanziare il terrorismo internazionale; come mai le Majors della musica non lo adottano invece di di combatterlo?

    E se invece sono i cd pirata che rendono; il p2p più che un male sembra la soluzione.

    Un uso diffuso del p2p permetterebbe che la musica sia a disposizione di tutti, rendendo inutile rivolgersi a dupplicatori professionisti nelle cantine dei condomini napoletani.

    Inoltre cosi i programmi p2p toglierebbero i finanziamenti al terrorismo senza però togliere il fatturato che i cantanti possono fare tramite i concerti, gadget ecc….

    Infine il numero di artisti sul mercato sarebbero più alto e non ci sarebbero (come accade a Milano) decine di locali e teatri senza spettacoli.

    Un ultimo dubbio. Non è che la FIMI combatta il p2p, perchè cosi non può più finanziare il terrorismo???

    Un ultima cosa.

    Mesi fa avevo parlato di creare i WUGs (Weblog User Groups) e ne davo un breve motivazione:

    http://www.ivieste.com/2003_01_01_computerzine.htm#90195403

    che secondo me darebbero una mano a creare una rete democratica.

    Ciao mantellini e scusa per la pubblicità 

    o per il link non funzionante (blogger fa un po' di pasticchi con gli archivi)

  2. Antonio Nannipieri dice:

    Racconto una storiella, un po' lunga forse…

    Oltre un secolo fa, la media-borghesia in espansione manifestò l'esigenza di ascoltare musica in casa, di fruirla privatamente. Gli aristocratici da tempo avevano a disposizione musica ad uso privato, attraverso orchestrine o orchestrone al proprio servizio. Così molte famiglie borghesi spinsero i loro pargoli a studiare pianoforte e affini, ma questo ovviamente non bastava a soddisfare le esigenze di quello che si sarebbe sviluppato come un gigantesco mercato dell'entertainment. Venne fuori di tutto: supporti magnetico-sperimentali, carillon, pianole meccaniche azionate da cilindri in grado di riprodurre UNA melodia (si potevano acquistare diversi cilindri, come cartucce di un videogioco). Ma non bastava… L'industria si mise in moto, e l'invenzione del disco permise l'agevole distribuzione della musica (oltre agli apparecchi radio). L'industria discografica a lungo ricoprì un effettivo ruolo nella soddisfazione delle esigenze di consumo: produceva musica in serie, la distribuiva, permetteva agli utenti di ascoltare quello che volevano, a livello di massa (cosa mai vista prima). Poi venne lo scambio di dati in reti informatiche, e l'industria discografica, semplicemente, perse del tutto il suo ruolo. Non c'era più bisogno di una complessa struttura produttiva/distributiva per portare la musica alla gente. Un sistema molto più efficiente, più economico, permetteva di procurarsi musica con qualche click. L'industria discografica, ormai totalmente inutile, deperì lentamente ma inesorabilmente.

    Fine del capitalismo? Macchè! Semplicemente la tecnologia aveva cambiato il mercato, altre volte era successo e sarebbe successo ancora. Sarà  forse vero che le compagnie petrolifere riescono a rallentare le ricerche sulle energie alternative, ma suvvia non facciamo paragoni. I discografici non hanno, manco lontanamente, il potere dei petrolieri. I dischi non rappresentano un settore strategico per gli stati, in nessun senso. Le nuove tecnologie sì! Eccome! Ed ora i discografici, arroccati in difesa, vorrebbero imporre limiti all'evoluzione delle tecnologie digitali! Mi vien da ridere. Purtroppo una classe politica miope può prestarsi, in via transitoria, a qualche concessione che prolunghi l'agonia di un industria obsoleta (già  visto anche questo), ma una classe politica più consapevole non lo farà , ed anche i miopi prima o poi si accorgeranno di dove soffia il vento.

    Saluti e complimenti per il Blog,

    Antonio

  3. marcorosè dice:

    Io non credo che ci sia una soluzione possibile, quello della musica è un buco nero. E non si può neanche chiedere un ribasso dei prezzi dei nostri cd, lo stesso Enzo Mazza rispose su un articolo di "Musica!"di Repubblica – molto soddisfacente – che i costi sono giusti e non paragonabili con quelli dell'industria nordamericana, soggetta a minori spese (che, non vorrei dire baggianate, riguardano le tasse). Quindi uniamoci tutti insieme nello slogan: SIAMO TUTTI TERRORISTI – evitando accuratamente chi ignora il significato p2p, credendolo un nuovo brillantante per lavastoviglie. Ciao, Marco.